Trotsky e i comunisti italiani

Serrati e Trotsky
Il Partito Comunista d'Italia nacque a Livorno nel 1921 come sezione italiana dell'Internazionale Comunista.
Il Pcd'I si formò attorno ai nomi di Bordiga e di Gramsci e attorno al programma politico della "dittatura del proletariato", con l'intento di congiungere le lotte dei lavoratori dell'epoca con una prospettiva di potere operaio e contadino. Questo partito sorse in contrapposizione alle due correnti maggioritarie del Partito socialista italiano: quella del riformismo, guidata da Turati, e quella del centrismo, guidata da Serrati.
I rapporti tra PCd'I e l'Internazionale furono inizialmente segnati dai sospetti derivati dalla vecchia diatriba sull'astensionismo tra Lenin e Bordiga il quale, sebbene si fosse proclamato apertamente seguace del bolscevismo, aveva in passato mostrato esitazioni e diffidenze. Nel giugno del 1921 si svolse il Terzo Congresso dell'Internazionale Comunista in cui di fronte alla involuzione dei moti rivoluzionari europei si iniziò a rivalutare la questione dei tempi della rivolta in Occidente. Alla fine venne adottata la tattica del "fronte unico" con la socialdemocrazia, proposta da Trotsky.
Terracini e i delegati italiani furono colti di sorpresa dalla relazione introduttiva di Radek e la delegazione convenne a dissentire sulla decisione, giudicando inaccettabile la proposta di alleanza che avrebbe vanificato i fondamenti politici e teorici che erano alla base del PCd'I. La svolta sarebbe apparsa un tacito rinnegamento della scissione di Livorno, che avrebbe giovato solo a Serrati e ai suoi seguaci. Lenin criticò duramente le posizioni espresse da Terracini. Durante Secondo Congresso del PCd'I del marzo 1922 Bordiga presentò con Terracini le tesi sulla tattica, dette "Tesi di Roma", con l'intento di dare una base teorica alla discussione stessa.
Gramsci commentò la situazione: "A Roma abbiamo accettato le tesi di Amadeo perchè esse erano presentate come un'opinione per il Quarto Congresso e non come un indirizzo d'azione. Ritenevamo di mantenere così unito il partito attorno al suo nucleo fondamentale, pensavamo che si potesse fare ad Amadeo questa concessione, dato l'ufficio grandissimo che egli aveva avuto nell'organizzazione del partito: non ci pentiamo di ciò, politicamente sarebbe stato impossibile dirigere il partito senza l'attiva partecipazione al lavoro centrale di Amadeo e del suo gruppo. (...) Allora ci ritiravamo e si doveva fare in modo che la ritirata avvenisse ordinatamente, senza nuove crisi e nuove minacce di scissione nel seno del nostro movimento, senza aggiungere mai nuovi fermenti disgregatori a quelli che la disfatta determinava di per sè nel movimento rivoluzionario".
Durante il Quarto Congresso del Comintern (novembre 1922) esplose la cosiddetta "questione italiana". Bordiga di fatto aveva accettato la politica del fronte unito imposta da Mosca, ma in pratica non era mai stata attuata. Il PCUS impose l'apertura di una trattativa con Serrati in vista di una risoluta fusione dei due partiti.
Il partito italiano si schierò, con l'eccezione di Tasca, per una opposizione alla politica dell'Internazionale pochè era comune la convinzione che la Russia avesse una conoscenza distorta della situazione italiana. Terracini ricordò: "Anche noi di 'Ordine nuovo' stentavamo a credere che fosse possibile ricomporre l'unità della sinistra italiana con un'operazione di vertice, trascurando le differenze profonde, non solo tattiche, ma anche strategiche, che c'erano tra noi e i socialisti."
Dopo una lunga trattativa i dirigenti sovietici riuscirono ad ottenere l'assenso dei delegati italiani. Bordiga si ritrovò in minoranza e chiese un congresso straordinario del partito. Il Pcus si convinse della necessità di un cambiamento nella direzione del PCd'I e spinse perchè Gramsci diventasse il nuovo capo del partito. Quest'ultimo, anche se convinto della inefficacia dell'intransigenza bordighiana, rifiutò l'incarico: "dissi che avrei fatto il possibile per aiutare l'Esecutivo dell'Internazionale a risolvere la questione italiana, ma non credevo che si potesse in nessun modo (tanto meno con la mia persona) sostituire Amadeo senza un preventivo lavoro di orientamento del Partito. Per sostituire Amadeo nella situazione italiana bisognava, inoltre, avere più di un elemento perchè Amadeo, effettivamente, come capacità generale di lavoro, vale almeno tre".
Poco tempo dopo Bordiga venne arrestato dalla polizia fascista ed escluso dal nuovo Esecutivo. Per tutto il 1923 il PCd'I restò fedele alla linea bordighiana anche per le esitazioni di Gramsci ancora fiducioso nella possibilità di recuperare Bordiga alla politica dell'Internazionale. Alla fine del 1923 Bordiga riuscì a far uscire dal carcere un manifesto in cui imputò la crisi di direzione del partito non dovuta a contrasti interni, ma a divergenze tra il partito italiano e l'Internazionale Comunista.
Queste incompatibilità erano state causate dall'abbandono delle linee tattiche, del programma e delle norme organizzative su cui l'Internazionale era nata. Le conclusioni perentorie di Bordiga furono che la sinistra italiana non poteva gestire una politica disapprovata e considerata potenzialmente pericolosa. Le scelte di Mosca sarebbero state accettate ma si rifiutava ogni funzione direttiva nella guida del partito. Terracini, Scoccimarro e lo stesso Togliatti si dissero disposti a firmare il manifesto ma Gramsci si dichiarò nettamente contrario sapendo che questa soluzione avrebbe causato l'estromissione dal Comintern.
La necessità di adottare la linea politica dell'Internazionale costrinse Gramsci a rompere con le scelte di Bordiga e a porsi il problema della formazione di un nuovo gruppo dirigente: "Il suo stesso carattere inflessibile e tenace fino all'assurdo ci obbliga [...] a prospettarci il problema di costruire il partito e il centro di esso anche senza di lui e contro di lui. Penso che sulle questioni di principio non dobbiamo più fare compromessi come nel passato: vale meglio la polemica chiara, leale, fino in fondo, che giova al partito e lo prepara ad ogni evenienza". Gramsci scelse di non correre il rischio di vedere il Partito ridotto a una "minoranza internazionale" dalle prospettive incerte, con il pericolo di essere escluso dall'azione politica.
L'aprirsi della crisi all'interno del partito comunista russo per la lotta di successione a Lenin nel 1924 segnò anche un momento de destabilizzazione nella direzione del partito italiano. Con Bordiga volontariamente ai margini, Gramsci andò schierandosi con il gruppo dirigente del Partito russo e dell'Internazionale rappresentato da Zinov'ev a Bucharin.
Egli non seppe cogliere la portata storica della battaglia ingaggiata da Trotsky. Pur nutrendo rispetto per lui, Trotsky viene considerato ostile alla politica di apertura ai contadini, ed un potenziale oppositore delle riforme volute da Lenin giudicate da Gramsci l'unico metodo attuabile per il consolidamento del potere sovietico.
Gramsci si convinse che gli attacchi di Trotsky costituissero una minaccia per la stabilità dell'Urss, di conseguenza anche il dissenso di Bordiga, accomunato a Trotsky, non potesse più essere tollerato. Egli dichiarò: "Quanto è accaduto recentemente in seno al PC russo deve avere per noi valore di esperienza. L'atteggiamento di Trotsky in un primo periodo può essere paragonato a quello attuale del compagno Bordiga. Trotsky, pur partecipando "disciplinatamente" ai lavori del Partito, aveva col suo atteggiamento di opposizione passiva - simile a quello di Bordiga - creato un senso di malessere in tutto il partito il quale non poteva non avere sentore di questa situazione. Ne è risultata una crisi che è durata parecchi mesi e che oggi soltanto può dirsi superata. Ciò dimostra che una opposizione - anche se mantenuta nei limiti di una disciplina formale - da parte di spiccate personalità del movimento operaio, può non solo impedire lo sviluppo della situazione rivoluzionaria ma può mettere in pericolo le stesse conquiste della Rivoluzione". Tuttavia Trotsky non venne mai considerato da Gramsci un nemico da stroncare.
Gramsci definì Trotsky "il teorico politico dell'attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatte, e un cosmopolita superficialmente nazionale e superficialmente europeo», rispetto a Lenin considerato al contrario «profondamente nazionale e profondamente europeo.
Il 6 febbraio 1925 il Comitato centrale approvò con molte difficoltà una mozione di condanna contro Trotsky e i bordighisti: "E' evidente che deve essere considerato come controrivoluzionario ogni atteggiamento che tenda a diffondere nel Partito una generica sfiducia negli organismi dirigenti della Internazionale e del Partito russo, sia travisando a questo scopo la questione Trotzky, sia ritornando sopra questioni definite dal V Congresso".
Alcuni giorni dopo un rapporto di Togliatti mise al corrente la Segreteria del Comintern che all'interno del PCd'I persisteva una forte corrente filo-trotskista animata da Bordiga. Ad avvalorare questa accusa venne presentato un articolo dello stesso Bordiga su "La questione Trotsky", in cui era difeso fermamente il capo dell'Armata Rossa, e denunciati le ragioni e i metodi diffamatori della maggioranza del Pcus. Dal partito russo arrivò l'ordine di sollecitare l'allontanamento dell'opposizione di sinistra. Lo stesso Stalin, durante la quinta sessione dell'Esecutivo allargato dell'Internazionale Comunista, invitò il delegato italiano Scoccimarro a rompere gli indugi e ad schierarsi apertamente contro Trotsky.
La lotta nel PCd'I contro Bordiga e la sinistra è ormai connessa con quella globale scatenata da Stalin per la liquidazione definitiva di Trotsky e della sinistra internazionale.
Nel 1925-26 il partito venne lacerato dalle controversie fra Bordiga e Gramsci sia sulla organizzazione territoriale, sia sulla politica sindacale. Nel quinto Esecutivo allargato dell'Internazionale Comunista (marzo-aprile 1925) venne sostenuta senza esitazioni la piena identità tra bordighismo e trotskismo. Si era giunti ormai all'ingiuria: gli eretici trotskisti erano definiti piccolo borghesi, trasformisti, reazionari camuffati. Gli italiani furono invitati esplicitamente a scegliere "tra il leninismo e la tattica di Bordiga".
Stalin aveva deciso di spegnere definitivamente ogni focolare di minoranza legata alla opposizione trotskista. Nel Congresso di Lione del PCd'I avvenne l'allontanamento politico di Bordiga, giudicato irrecuperabile alla causa del Comintern.
La successiva alleanza di Zinov'ev e Kamenev con l'opposizione di Trotsky e il perdurare dei comportamenti violenti con cui Stalin condusse la sua battaglia, determinarono una assoluta incertezza all'interno del PCI.
Nell'autunno del 1926 Gramsci inviò a nome dell'Ufficio Politico del partito italiano una lettera alla dirigenza sovietica in cui si chiedeva di "evitare le misure eccessive" contro l'opposizione e di considerare come in un partito comunista "l'unità e la disciplina... non possono essere meccaniche e coatte". Essendosi dichiarato dalla parte della maggioranza, Gramsci non esitò dal farsi portavoce delle apprensioni dei comunisti italiani per "l'acutezza della crisi... e le minacce di scissione aperta o latente che essa contiene".
Il partito comunista italiano si mantenne nel segno dell'Internazionale comunista al punto che, quando nel 1926 iniziò la battaglia dello stalinismo contro l'opposizione di sinistra di Trotsky all'interno del Pcus, Gramsci ritenne giusto convocare d'urgenza l'ufficio politico del Pcd'I e fargli sottoscrivere una lettera aperta a Stalin e ai dirigenti sovietici che affermava: “Compagni, voi siete stati in questi nove anni di storia mondiale l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi; la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il P.C. dell’U.R.S.S. aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle questioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale.”
Gramsci affidò questa lettera a Togliatti con il compito di recapitarla a Mosca: purtroppo questo pronunciamento formale cadde nelle mani della persona sbagliata e non giunse mai a destinazione. Con una comunicazione dai toni sprezzanti Togliatti intimò a Gramsci di "tenere i nervi a posto" e di non intromettersi nel'operato dei dirigenti sovietici: "Vi è senza dubbio un rigore nella vita interna del PC dell'Unione. Ma vi deve essere. Se i partiti occidentali volessero intervenire presso il gruppo dirigente per far scomparire questo rigore, essi commetterebbero un errore assai grave. Realmente in questo caso potrebbe essere compromessa la dittatura del proletariato".
La politica di Stalin doveva essere appoggiata senza insicurezze: "Quando si è d'accordo con la linea del CC, il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea senza porre nessuna limitazione". Nei Quaderni dal carcere Gramsci sottolineò ancora che alla base delle "azioni pratiche sbagliate di Trotsky", sbagliate perché destinate a "sfociare in una forma di bonapartismo", c'erano sempre però "preoccupazioni giuste". Gramsci interruppe i suoi rapporti con Togliatti, mentre mantenne con Bordiga un sentimento di grande rispetto fino alla fine della sua vita.
Il 5 novembre 1926 il partito comunista d'Italia venne sciolto, insieme a tutte le altre formazioni democratiche, dal regime fascista. Bordiga e Gramsci furono arrestati e inviati al confino a Ustica. Nel 1926 Bordiga partecipò al Congresso segreto di Lione, dove la fazione di sinistra fu messa in minoranza dai centristi allineati a Mosca (Gramsci, Togliatti, Terracini) con vari espedienti, nonostante disponesse ancora della stragrande maggioranza dei voti congressuali. Il partito venne ricostituito clandestinamente all'estero; la sua guida di fatto passò a Togliatti, che rafforzò ulteriormente i rapporti con l'Unione Sovietica. Questi rapporti si ruppero bruscamente nel 1929 a causa della presa di posizione di Tasca, che dopo aver sostituito Togliatti a Mosca, si era schierato in favore del leader della destra sovietica Nikolai Bucharin, in quel momento contrappostosi a Stalin.
Il 20 marzo 1930 l'ala stalinista espulse formalmente Bordiga e il suo gruppo dal partito comunista con l'accusa di trotskismo.
La mozione, votata all'unanimità dal comitato centrale, richiedeva l'espulsione per: "avere Bordiga preso posizioni politiche le quali non sono conciliabili con la permanenza nell'IC, per precisa decisione del IX Plenum dell'IC e del VI Congresso mondiale; b) aver condotto un lavoro di frazione e di disgregazione del Partito; c) aver tenuto alla fine del suo periodo di deportazione un atteggiamento non conciliabile con la permanenza nel Partito".