Il movimento trotskista

Leon Trotsky
Dopo la morte di Trotsky molteplici furono le cause che non permisero al suo movimento di realizzare i propri obiettivi. L'Unione Sovietica divenne per lungo tempo non solo la “patria del socialismo”, ma anche una diga al nazifascismo dilagante in Europa. Per sostenere questo ruolo i gruppi comunisti filosovietici propagandarono una difesa incondizionata del regime staliniano.
Alla fine della seconda guerra mondiale la posizione dell'Urss ruolo apparve inconfutabile. Contemporaneamente i militanti trotskisti, in genere piccoli gruppi di intellettuali, furono oggetto di una persecuzione costante diretta alla loro eliminazione fisica, una direttiva ininterrotta per tutto il periodo dello stalinismo.
Sebbene in alcuni periodi in paesi come la Spagna, gli Stati Uniti, l’America Latina, Ceylon, la Francia, il trotskismo sia riuscito ad acquisire un certo peso politico, tuttavia non riuscì mai a prendere le redini del movimento operaio rivoluzionario e a condurlo alla vittoria nelle tormentate vicissitudini del novecento.
In un'intervista del 1938 lo stesso Trotsky metteva a fuoco il problema: "Dopo il 1927 abbiamo vissuto una lunga serie di sconfitte. Siamo come delle persone che tentano di scalare una montagna e che gli piovono costantemente addosso delle valanghe di pietre e di neve, ecc. Sì è creato tra le masse dell’Asia e dell’Europa un sentimento nuovo di disperazione.(...) Adesso sono profondamente scoraggiate. E’ il sentimento che prevale tra i lavoratori ed è la ragione organica delle nostre debolezze. Non è possibile collocarci al di fuori del corso generale della storia, fuori dalla disposizione generale delle forze. La corrente è contro di noi, è chiaro. (...) Siamo una fragile barchetta nel mezzo di una terribile corrente. (...) Vi sono delle persone coraggiose che non vogliono andare nel senso della corrente: è il loro carattere. Ve ne sono altre intelligenti che hanno un brutto carattere, non sono mai stati disciplinati e hanno sempre cercato la via più radicale o più indipendente: hanno trovato la nostra. Ma gli uni e gli altri sono comunque più o meno degli “outsiders”, in disparte rispetto alla corrente generale del movimento operaio. Il loro grande valore ha evidentemente il suo aspetto negativo, cioè che chi nuota controcorrente non può essere legato alle masse."
Trotsky giudicava la realtà politica russa un “imprevisto” storico, un prodotto del suo sottosviluppo combinato al riflusso della rivoluzione. Lo stalinismo sarebbe stato spazzato via, assieme al capitalismo occidentale, dalla nuova ondata di insurrezioni che si sarebbero prodotte con lo scoppio della II Guerra Mondiale che già alla metà degli anni trenta il vecchio dirigente bolscevico vedeva approssimarsi.
La necessità di adottare un programma di direzione rivoluzionaria da attuarsi tra le masse si scontrò con le incertezze del periodo bellico. La fuoriuscita rivoluzionaria dalla guerra, come già accaduto per il primo conflitto mondiale, avrebbe dovuto essere propedeutica allo sviluppo dei moti rivoluzionari nel resto d'Europa. Se invece il proletariato fosse stato rigettato indietro sarebbe risultata inevitabile una revisione della analisi dell’epoca e delle sue forze motrici. Il riesame della prospettiva storica mondiale avrebbe dovuto portare a capire se ci fossero ancora le basi per una rivoluzione socialista o al contrario se perdurasse la fase di una società declinante di burocrazia totalitaria.
Trotsky rimase dell'idea che lo scoppio della rivoluzione durante il conflitto mondiale avrebbe permesso di smascherare gli interessi imperialistici della borghesia, la quale non avrebbe più potuto governare il mondo nel dopoguerra con le armi della democrazia perché l’ulteriore decadimento del capitalismo avrebbe fatto conoscere all’umanità nuove e più tremende forme di oppressione “totalitaria”.
L'analisi si rivelò inesatta poichè il mancato sviluppo della rivoluzione proletaria non favorì ulteriori forme di dittatura ma l’espandersi della democrazia imperialista come prodotto dell’impetuosa estensione dei rapporti di produzione capitalistici in tutto il mondo.
Il trotskismo raggiunse il suo punto di maggior successo quando nell'URSS ripresero vigore le speranze di realizzare una nuova rivoluzione socialista internazionale, sebbene i mezzi di valutazione non fossero adeguati per avere un quadro corretto delle varie entità locali soprattutto nei paesi dell’Est.
L’etichetta di “Stato operaio” attribuita all’URSS veniva convalidata anche dai traguardi di sviluppo ottenuti, rivelatisi successivamente in gran parte falsi e comunque non equiparabili a quelli del capitalismo occidentale.
L’aver ridotto la lotta che si svolgeva in Unione sovietica ad un conflitto fondamentalmente politico, non mettendo sufficientemente in evidenza lo smisurato sfruttamento dei lavoratori e il prezzo pagato per il processo di industrializzazione del paese, rappresentò una grave mancanza del movimento trotskista.
Sotto le diverse definizioni di “trotskista” nacquero le più diverse e contrapposte posizioni politiche. Il persistente riferimento ai “sacri testi” non impedì una pluralità sconcertante di moduli organizzativi ne una grande varietà di posizioni politiche spesso antitetiche. Il trotskismo del periodo postbellico fu un superstite delle riflessioni di Trotsky, lucide ma inquadrate nello specifico periodo storico dell’anteguerra.
Nel secondo dopoguerra l’impetuoso sviluppo del capitalismo mondiale provocò una situazione politica nuova che non poteva essere elaborata con le strategie politiche dell’epoca precedente.
Non a caso gli uomini che assunsero la guida del movimento a partire dal 1945 erano assai dissimili dai loro predecessori degli anni ’30. La Quarta Internazionale era sorta dalla critica allo stalinismo e dalla battaglia dell’Opposizione di Sinistra in URSS. Trotsky fu un mirabile rivoluzionario del suo tempo, non è possibile imputare a lui le incertezze che il movimento incontrò dopo la sua scomparsa. Anche in Italia il trotskismo si trovò ad affrontare notevoli problemi, il più evidente dei quali fu la mancanza di continuità politica e organizzativa.
La prima generazione di trotskisti, quella della NOI e del gruppo della Nostra Parola fu distrutta dalla II ^ Guerra Mondiale. La seconda generazione, quella di Maitan, Villone, Villani, Ruffolo, Iraci, ecc. attraversò tutti gli anni ’50 ma finì in gran parte per disgregarsi quando le tesi del leader greco Pablo si rivelarono illusorie e il capitalismo conobbe una nuova travolgente espansione. La generazione dei vari Gorla, Vinci, Illuminati, Corvisieri, Moscato, Samonà, Flores D’Arcais, Marconi e Paolicchi, provenienti tutti dal PCI e dalla FGCI, giunta alla Quarta Internazionale, ruppe in massa con il trotskismo ortodosso sull’onda del ’68 e della rivoluzione culturale in Cina.
I Gruppi Comunisti Rivoluzionari degli anni ’70 di cui facevano parte Moscato, Samonà, Pellegrini, Bisceglie, Cirillo, Paolicchi, Maitan, oltre a Savelli e Di Giuliomaria (che abbandonarono il trotskismo alla metà degli anni ‘70) si unirono a una nuova generazione di militanti quali Antonio Caronia, Dario Renzi, Franco Grisolia, Franco Turigliatto, Luigi Malabarba, Roberto Firenze i quali hanno diretto fino ai giorni nostri i principali gruppi trotskisti .
A partire dal 1968 il trotskismo italiano, passato in gran parte attraverso i GCR, trovò la sua composizione sociale nei gruppi studenteschi o piccolo borghesi, i quali non riuscirono tuttavia a legarsi con la classe operaia.
Il movimento attraversò tre crisi importanti. La prima e più grave difficoltà fu quella del ’68 che mise a nudo le contraddizioni che caratterizzarono la sezione italiana nel dopoguerra. Il trotskismo italiano, a parte sporadici casi, rimase ai margini degli accadimenti storici e politici dell‘epoca. I GCR non si posero mai il problema dell’egemonia all’interno del movimento, il che significava non solo dover elaborare un programma imperniato sulle dottrine formulate dal movimento in oltre un secolo di lotta ma anche di dover interpretare i tempi e i modi della lotta rivoluzionaria. I GCR si misero a rimorchio di tutte le correnti pseudo-rivoluzionarie e ridussero il loro impegno alla formulazione di soluzioni autonome ai problemi politici del tempo.
La seconda crisi avvenne nel biennio 1974-1975. A differenza della prima, questa provocò varie scissioni in seno alla Quarta Internazionale. I nuovi raggruppamenti imputarono l’insuccesso del trotskismo non alle carenze del corpus teorico, come avevano affermato i ribelli del ’68, quanto alla sua insufficiente e inappropriata applicazione. Tali gruppi ritenevano del tutto utopicamente che le difficoltà in cui si dibatteva il movimento avrebbero potuto essere superate da una applicazione più fedele della dottrina.
Pur se il “centralismo democratico” dei trotskisti, era ineccepibile sotto il profilo teorico, tuttavia la sua dirigenza non tenne conto del fatto che le regole organizzative ignoravano il contesto storico in cui si trovavano ad agire, con il risultato di provocare una paralisi delle funzioni logistiche.
La terza crisi del ’77 ebbe due cause: la mancanza della partecipazione attiva e la recessione delle prospettive politiche. Molti militanti avevano attraversato gli anni ’60 e ’70 nella illusione che la rivoluzione sarebbe stata una questione di mesi o al massimo di qualche anno, confortati in ciò dalla particolare situazione storica degli Stati Uniti, in difficoltà sul piano internazionale e dal successo della rivoluzione in Portogallo nel 1974-’75.
In Italia la maggioranza degli operai, pur dimostrando in svariate occasioni una forte volontà di lotta, non fecero mai mancare la fiducia al PCI ed il Sindacato, che rimase intatta almeno fino alla fine degli ’70. La classe operaia nel suo complesso cercò sempre una via d’uscita politica all’interno del sistema socio-politico esistente.
Dal secondo dopoguerra in poi la rivoluzione non fu più all’ordine del giorno dei trotskisti italiani sebbene continuassero a credere che le istanze rivoluzionarie non trovassero sbocco per la mancanza di una direzione rivoluzionaria conseguente. Le condizioni di vita soddisfacenti degli operai non crearono le condizioni favorevoli allo scoppio di nuove ribellioni. La coscienza rivoluzionaria inevitabilmente rimase bassa quando il capitalismo riuscì a far aumentare la produzione attraverso una vendita sempre maggiore di beni, iniziando così un nuovo periodo di sviluppo.
Venne quindi a mancare lo stimolo sufficiente per sovvertire un sistema produttivo che prometteva buone possibilità di crescita economica.
Una caratteristica ricorrente del movimento trotskista italiano fu quello di aver avuto al suo interno un grande avvicendamento di militanti e di quadri dirigenti. Nella seconda metà del novecento per il movimento italiano sono passate migliaia di persone, per alcune delle quali è stata una esperienza legata al quotidiano studentesco, mentre altri hanno dedicato ad esso molti anni della loro vita.