Personalità e potere

Trotsky e Stalin
La vita di Trotsky fu caratterizzata da successi straordinari ma anche da eventi tragici ai quali egli reagì, grazie ad una vigorosa personalità.
Le diffamazioni subite, gli esili, i tradimenti, la perdita dei suoi seguaci e parenti, nonché degli stessi figli, furono solo alcuni dei colpi che il suo destino gli inflisse e che egli riuscì a sopportare. Pochi altri uomini passarono come lui dall'essere calunniato ad essere riabilitato integralmente in modo così drastico. Questa singolarità ha fatto in modo che si possa difficilmente tracciare un profilo dell'uomo e del suo spirito, tanto più che tutti coloro che lo affiancarono nella vita e nella professione, vennero schiacciati per mano di Stalin.
Dopo aver organizzato e guidato, con Lenin, la rivoluzione d'Ottobre, Trotsky creò un esercito rivoluzionario con delle bande di affamati e riuscì a battere le forze controrivoluzionarie sostenute dagli stati imperialisti europei. Ebbe un ruolo decisivo nella formazione dello stato sovietico e per un certo periodo godette di una popolarità superiore a quella dello stesso Lenin. Divenuto un eroe nazionale, per merito della sua destrezza oratoria e della sua autorevolezza ottenne un prestigio personale enorme.
Quando cadde gravemente ammalato Lenin propose a Trotsky la nomina di vice Presidente del Consiglio dei Commissari del popolo, una carica che avrebbe spianato la strada alla sua successione ed impedito l'ascesa di Stalin, ma egli rifiutò l'incarico. Da quel momento il comportamento di Trotsky fu stranamente caratterizzato dalla politica del silenzio. La sua condotta incerta venne da lui giustificata con i richiami alla prassi o alla dirittura morale e con la sua dedizione totale alla causa del socialismo. Malgrado fosse stato progressivamente emarginato non accettò mai di schierarsi contro il suo paese, neanche dopo il patto stipulato tra Stalin e Hitler.
La sua fragilità fu conseguenza anche della sua enorme popolarità che lo indusse a non combattere per il potere ma a pensare di poterlo raggiungere “naturalmente”. Un aspetto importante della sua personalità fu l'incapacità di servirsi degli uomini. In quel tempo egli appariva avulso dal contesto politico in cui si muoveva: non fumava, non beveva, vestiva in modo impeccabile, non somigliava alla maggior parte dei membri del partito e, sebbene il suo coraggio e valore fosse unanimemente riconosciuto e rispettato, non sembrava essere considerato dai suoi compagni uno di loro. Questa sua posizione di "esterno" gli impedì di agire con la decisione necessaria.
Per quanto si sforzasse non aveva l'abilità di trattare con la gente riuscendo meglio senz'altro ad usarla per un fine che non a impiegarla come un mezzo. Spesso dimenticava le promesse fatte o i contratti firmati, d'altro canto protocollava con un ordine maniacale tutta la corrispondenza, gli scritti e i lavori che lo riguardavano. La passione nutrita per le idee era istintiva, profonda e disciplinata: la sua lealtà ad esse era assoluta. Come ebbe ad affermare un suo collaboratore, Max Eastman: “La sua vita si svolgeva nel suo cervello” sebbene le sue intuizioni sia per gli individui sia per la collettività, si rivelarono sensibili e piene di comprensione . Quando osservava gli uomini sapeva comprendere i loro umori ed intuire i loro caratteri: la sua abilità di “concepire” era migliore di quella di “percepire” l'essere umano.
Molti storici concordano nel sostenere che Lenin sommava in sé l'intelletto e l'idealismo con l'abilità politica: dei suoi successori Trotsky ereditò le prime due, Stalin la terza. Ogni mossa che Trotsky fece contro il leader georgiano si rivelò inadeguata. Ebbe la colpa di rimanere in silenzio mentre Stalin falsificava il suo operato. Probabilmente se avesse denunciato pubblicamente le mistificazioni del segretario generale nelle fabbriche e nelle caserme, sarebbe stato in grado di sollevare i rivoluzionari conto di lui, ma sapeva che ciò avrebbe portato alla guerra e al bonapartismo o peggio ancora comportato il rischio di un rilancio della controrivoluzione, per cui desistette. I marxisti rivoluzionari come Trotsky ritenevano che non si potessero usare i militari per combattere i burocrati e che le speranze andassero riposte nella classe operaia, l'unica capace di realizzare la trasformazione progressista della società.
Mentre Lenin avrebbe sicuramente scatenato il conflitto poiché considerava le cose nei loro termini pratici, Trotsky era un teorico e concepiva la sommossa solo come mezzo per l'emancipazione dei lavoratori dalla borghesia. Il potere non era ritenuto, secondo la tesi marxiste, il prodotto della volontà di singoli uomini ma il riflesso del rapporto delle forze tra le classi nella società.
La moglie di Trotsky raccontò dell'incapacità del marito di sopportare gli attacchi e le calunnie pronunciate contro di lui, preferendo ignorarli piuttosto che controbatterli. Così quando nel 1924 Stalin sostituì molti dei delegati del partito e iniziò la sua ascesa personale, Trotsky uscì dal suo silenzio solo per pronunciare un discorso debole di sottomissione alla volontà del partito. I suoi compagni si sarebbero aspettati una denuncia della congiura e una difesa orgogliosa delle ultime volontà di Lenin, ma Trotsky non se la sentì di schierarsi contro la maggioranza del Politburo. L'esito della lotta fu determinato non dalle argomentazioni ma dalla sua incapacità di controllo delle leve del potere. Inoltre era troppo orgoglioso per immischiarsi in intrighi politici.
L'uomo che aveva saputo comandare l'Armata rossa e condurre le masse nella rivoluzione socialista, non seppe avvalersi della sua autorità e del suo prestigio per assicurarsi l'appoggio degli altri due membri della troika alla guida del Pcus.