La rivoluzione d'Ottobre

Trotsky in uniforme
La rivoluzione di Febbraio 1917 in Russia colse di sorpresa anche i movimenti rivoluzionari che pure attendevano questo evento da decenni. Le diverse correnti rivoluzionarie si divisero sulla strada da intraprendere per gestire la nuova Russia dopo la sollevazione di massa che aveva portato alla deposizione dello Zar.
I menscevichi rimasero fedeli alla linea democratico-borghese, pertanto la strada da seguire sarebbe dovuta essere quella di inaugurare una fase nuova di sviluppo del capitalismo; la borghesia liberale avrebbe dovuto guidare la lotta in collaborazione con il movimento operaio, in attesa che la classe lavoratrice, rinforzata, fosse pronta a prendere le redini della società. Il processo di trasformazione dalla rivoluzione borghese a quella proletaria non sarebbe che potuto essere graduale. Per i bolscevichi invece la borghesia liberale, legata ai latifondisti e timorosa di non saper gestire le forze proletarie, era inadeguato per portare a compimento il processo rivoluzionario. Il partito di Lenin prospettò da subito una dittatura democratica degli operai e dei contadini che esaurisse, con metodi "giacobini", tutti i compiti democratico-borghesi senza spingersi a trasformazioni socialiste.
Anche Trotsky, in contrapposizione ai menscevichi, riteneva che la forza prevalente della rivoluzione fosse rappresentata dalla classe operaia che, in un paese arretrato come la Russia, doveva cercare l'appoggio del mondo contadino, grande maggioranza della popolazione, e accollarsi nella prima fase le riforme che la borghesia stessa, debole e titubante, non poteva realizzare. Per Trotsky la rivoluzione sarebbe divenuta spontaneamente socialista in un breve lasso di tempo. La teoria della rivoluzione permanente indicava che la rivoluzione avrebbe potuto alimentarsi soltanto se si fosse rapidamente estesa ad almeno un grande paese capitalista con tecnologia avanzata e classe lavoratrice forte.
Quando Lenin arrivò in Russia nell'aprile 1917 respinse subito qualsiasi forma di sostegno al governo provvisorio tra socialisti e liberali, chiamando alla lotta per il potere dei Soviet, alla fondazione di una nuova Internazionale e l'abbandono del termine "socialdemocratico" (la "camicia sporca") in favore di quello "comunista".
Il gruppo dirigente bolscevico invece, rappresentato da Kamenev e Stalin, già da marzo aveva sostenuto una linea di conciliazione col Governo provvisorio senza distinguersi dal socialpatriottismo. La linea politica di Lenin portata avanti senza indugio contro numerosi "vecchi bolscevichi", conquistò in pochi giorni la gran maggioranza dei consensi nel Comitato centrale del partito.
Così, quando Trotsky arrivò a Pietrogrado nel maggio '17, la sua posizioni fu subito convergente con quella di Lenin. Trotsky si presentò per la prima volta al Soviet di Pietrogrado, di cui era stato presidente nel 1905, e criticò aspramente la partecipazione di ministri socialisti al governo di coalizione, vera e propria trappola della borghesia.
Nel giugno '17, al I° congresso Pan-russo dei Soviet, Trotsky mise in guardia i menscevichi ed i socialisti rivoluzionari: la loro politica che stava scoraggiando la rivoluzione, avrebbe causato un'ondata controrivoluzionaria inarrestabile. L'allontanamento dai menscevichi spinse il gruppo di Trotsky (i Mezhraiontsy), che contava circa 4000 militanti ed un radicamento operaio a Pietrogrado, a fondersi con il partito bolscevico all'inizio di luglio 1917.
In settembre il tentativo di colpo di Stato del generale monarchico Kornilov permise ai bolscevichi di guidare con successo la resistenza proletaria armata nella capitale russa. Il governo del menscevico Kerenskij invece si dimostrò incapace di gestire la situazione. Raccogliendo i frutti della loro politica, i bolscevichi conquistarono la maggioranza nel Soviet di Pietrogrado. In accordo unanime con Lenin, Trotsky si impegnò per convincere il partito della svolta verso l'insurrezione.
Lenin, dall'esilio finlandese, si scagliò contro la partecipazione bolscevica alla Conferenza democratica e incitò il boicottaggio delle assemblee legislative. Il potere andava conquistato prima che fosse troppo tardi. Questa posizione, che prevalse nel Comitato Centrale, fu giudicata "avventurista" da Zinoviev e Kamenev che non cessarono di esprimere pubblicamente la propria opposizione.
La preparazione dell'insurrezione passò al Comitato Militare Rivoluzionario, di cui Trotsky era presidente. Egli organizzò la presa del potere in coincidenza col II° congresso pan-russo dei Soviet.
La vicinanza tra Lenin e Trotsky e la loro totale identità di vedute agli occhi della gente erano tali che il partito bolscevico era conosciuto come il partito di Lenin e Trotsky. A una riunione del comitato di Pietrogrado del 14 novembre 1917, Lenin parlò del pericolo delle tendenze conciliazioniste nella direzione del partito che costituivano un pericolo anche dopo la rivoluzione d'Ottobre. Proprio il 14 novembre, undici giorni dopo l'insurrezione vittoriosa, tre membri del CC (Kamenev, Zinoviev, Nogin) si dimisero per protesta contro la politica del partito e inviarono un ultimatum chiedendo la formazione di un governo di coalizione che includesse menscevichi e socialrivoluzionari, "altrimenti l'unica strada che rimane è mantenere un governo totalmente bolscevico per mezzo del terrore politico." Concludevano la loro dichiarazione con un appello ai lavoratori per una "conciliazione immediata" sulla base dello slogan "Viva il governo di tutti i partiti sovietici!".
Questa crisi fra i militanti sembrò in grado di distruggere tutte le conquiste dell'Ottobre. In risposta a una situazione pericolosa, Lenin propose l'espulsione dei dirigenti eretici. Fu in questa situazione che Lenin fece un discorso che finiva con le parole: "Nessun compromesso! Un governo bolscevico omogeneo." Nel testo originale del discorso di Lenin seguono queste parole: "Per quanto riguarda la coalizione, non ne posso parlare seriamente. Trotsky disse tanto tempo fa che era impossibile. Trotsky lo ha capito e da allora non c'è bolscevico migliore di lui."
Lo storico Rabinovich affermò: "Se Trotsky non fosse stato presente a Pietrogrado e se non fosse intervenuto, assieme ad altri dirigenti locali sostanzialmente d'accordo con le posizioni di Lenin, ad adattare le direttive di Lenin alla situazione politica reale, è molto probabile che i bolscevichi si sarebbero politicamente suicidati."
Tra il '17 e l'inizio degli anni '20 il primo incarico di Trotsky nel governo sovietico fu agli Esteri: "abbiamo bisogno di Trotsky per l'Europa", disse Lenin. Il lavoro di quel dipartimento fu soprattutto propagandistico, almeno fino alle trattative di pace di Brest-Litovsk. L'intraprendenza nell'incarico fu principalmente dal marinaio Markin che, dopo aver stroncato una ribellione fomentata da alti funzionari, ottenne la loro capitolazione. Come ricordò Trotsky ne La mia vita: "Markin diventò allora, per qualche tempo, non ufficialmente ministro degli Esteri. A modo suo aveva capito il funzionamento del commissariato e cominciò a far pulizia inesorabilmente tra i diplomatici illustri e ladri, riorganizzò gli uffici, sequestrò a favore dei senzatetto le merci venute dall'estero di contrabbando insieme con i bagagli dei diplomatici, tolse dalle casseforti del ministero i documenti segreti più istruttivi e li pubblicò sotto la sua responsabilità, con sue annotazioni, in forma di opuscoli."
La pace con la Germania fu l'impresa più complicata. I bolscevichi avevano promesso una pace senza annessioni né sanzioni, nel pieno rispetto del diritto dei popoli all'autodeterminazione. Ma le condizioni imposte dai tedeschi risultarono assai gravose. Di contro l'esercito russo era ormai allo sbando.
I bolscevichi cercarono di guadagnare tempo anche nella speranza che i movimenti rivoluzionari di massa avessero potuto portare a uno sviluppo della rivoluzione negli Imperi centrali europei.
A questo punto Lenin volle stringere i tempi, preoccupato del disastro che sarebbe seguito ad un'offensiva unilaterale della Germania. Capitolare sotto un attacco incontrastabile delle truppe austro-germaniche avrebbe potuto mettere a rischio la rivoluzione. Trotsky invece pensava che temporeggiando il più possibile, si sarebbe dimostrato ai proletari di tutto il mondo che la Russia sovietica firmava una pace separata solo perché occupata dalla Germania. Allo stesso tempo Trotsky non riteneva realistiche le posizioni della sinistra di Bucharin favorevole ad una "guerra rivoluzionaria" contro la Germania.
L'offensiva tedesca, senza sollevazioni in Europa, impose alla Russia sovietica condizioni durissime, la perdita di un quarto del territorio dell'ex Impero ed enormi debiti di guerra. La repubblica sovietica si trovò invasa da 21 eserciti imperialisti che appoggiarono i Bianchi durante la guerra civile. Ad un certo punto, lo Stato sovietico si ridusse al territorio della vecchia Moscovia, l'area attorno a Mosca e Pietrogrado.
Nel settembre del 1918, quando il potere sovietico aveva raggiunto il livello più basso, il governo emanò un decreto speciale che partiva dal fatto che la patria socialista era in pericolo. Trotsky si recò sul fronte orientale, quello decisivo, dove la situazione militare era catastrofica. Simbirsk, e successivamente Kazan, erano cadute in mano ai Bianchi. Le forze nemiche erano superiori in numero e in organizzazione. Alcuni reparti dei bianchi erano composti solo da ufficiali ed erano ben superiori alle forze sovietiche male addestrate e poco disciplinate. Il panico si diffondeva tra le truppe che si ritiravano disordinatamente davanti alla controrivoluzione trionfante.
"Persino il suolo sembrava affetto dal panico", ricorda Trotsky nella sua autobiografia, "distaccamenti rossi freschi, che arrivavano con un atteggiamento vigoroso, venivano immediatamente presi dall'inerzia della ritirata. Si diffondevano voci, tra i contadini del luogo, che i soviet erano condannati. Preti e commercianti rialzavano la testa. Gli elementi rivoluzionari nei villaggi erano sulla difensiva. Tutto crollava non rimaneva nulla a cui aggrapparsi. La situazione sembrava disperata."
La situazione disperata venne ribaltata grazie al lavoro infaticabile di Trotsky che creò e portò al successo l'Armata Rossa. In una settimana Trotsky tornò vittorioso da Kazan, riportando la prima decisiva vittoria militare della rivoluzione.
Egli riorganizzò energicamente le forze armate della rivoluzione, arrivando anche a ideare la formula del giuramento in cui ogni soldato giurava lealtà alla rivoluzione mondiale.
Il suo risultato più straordinario fu quello di ottenere la collaborazione di un gran numero di ufficiali del vecchio esercito zarista. Senza questo non ci sarebbe stata possibilità di trovare i quadri militari sufficienti per attrezzare più di quindici armate su fronti diversi. Alcuni ufficiali, ovviamente, risultarono traditori, ma un grande numero di essi venne attirato alla causa della rivoluzione che servì lealmente. Alcuni, come Tuchacevskij, un genio militare, divennero dei comunisti convinti (quasi tutti furono assassinati da Stalin nelle purghe del 1937).
Privilegiando l'aspetto politico e di propaganda, l'Armata Rossa di Trotsky riuscì a motivare i propri soldati e a convincere anche gli strati più arretrati del mondo contadino a battersi a costo della propria vita per difendere la promessa di un mondo nuovo. La propaganda internazionalista dell'Armata Rossa contagiò anche i soldati dei paesi antagonisti, provocando ad esempio il sorprendente ammutinamento della flotta francese di stanza sul Mar Nero.
La vittoria nella guerra civile fu innanzitutto una vittoria politica, ottenuta dall'esercito meno attrezzato ma più motivato. Il neonato stato sovietico si trovò ben presto a fare i conti con il problema delle deformazioni burocratiche che avevano invaso gli apparati pubblici ereditati dall'amministrazione zarista.
Lenin dichiarò che gli operai avevano bisogno di sindacati indipendenti dallo Stato proprio per preservarsi da eventuali prese di possesso da parte dello Stato stesso.
Trotsky immaginava che i sindacati dovessero trasformarsi nella macchina organizzativa che "chiama le masse a collaborare alla produzione", Lenin invece, nel 1920, scrisse: "Secondo lui in uno Stato operaio la funzione dei sindacati non è difendere gli interessi materiali e spirituali della classe operaia. è un errore. Il compagno Trotsky parla di uno "Stato operaio". Scusate ma questa è un'astrazione. [...] Questo Stato non è completamente operaio. Ecco il punto. [...] Il programma del nostro partito (...) mostra che il nostro Stato è uno Stato operaio con una deformazione burocratica."
Questa posizione diventerà la base per la successiva unione contro la burocrazia stretta in segreto tra Lenin e Trotsky. I due avrebbero evidenziato, in maniera indipendente, che il problema interessava anche la progressiva fusione tra l"apparato statale e quello di partito. Nell'aprile '22 l'elezione di Stalin, già capo dell'Ispezione Operaia e Contadina, a segretario generale del Comitato Centrale rafforzò il processo di accentramento dei poteri nelle mani di pochi responsabili di partito.
Lenin, in quello che fu considerato il suo testamento, scritto poco prima di morire, mise in guardia sui "pericoli del potere" e sulla "deriva burocratica" che aveva intrapreso il partito, arrivando a proporre la destituzione di Stalin dalla carica di segretario generale. Il documento, rimasto occultato per più di trenta anni, venne reso pubblico da Nikita Krusciov nel 1956, nel corso del XX Congresso del PCUS. In quello stesso anno, dal rapporto Krusciov, venne confermata anche l'esistenza di un'intesa tra Lenin e Trotsky .
Quest'ultimo nella sua autobiografia ricordò un incontro del gennaio '23: "Dopo breve riflessione, Lenin mi domandò a bruciapelo: "Lei mi propone dunque di iniziare la lotta non solo contro la burocrazia di Stato ma anche contro l"Ufficio organizzatore del Comitato Centrale? Io mi misi a ridere sorpreso. L'Ufficio organizzativo era l'anima dell'organizzazione staliniana. “Può darsi. Ebbene, - continuò Lenin soddisfatto di aver definito l'essenza della questione " io le propongo un blocco contro la burocrazia in genere e, in particolare, contro l'ufficio organizzatore."
La lotta alla degenerazione burocratica dello Stato, che portò all'usurpazione politica del proletariato da parte di una casta privilegiata di burocrati, fu condotta dalla morte di Lenin fino al 1941, fin quando l'uccisione degli ultimi esponenti bolscevichi, tra cui Rakovskij, segnò la fine della resistenza al potere dittatoriale di Stalin.